Posted On Dicembre 13, 2020 In Criminalistica, headline, Intelligence, News With 386 Views

Natale De Grazia, a 25 anni dalla morte, molte domande e alcune risposte

Nell’anniversario della scomparsa dell’ufficiale della capitaneria di porto di Reggio Calabria, nuovi studi fanno luce sulle deleghe di indagine che De Grazia portava con sé la notte che è morto

di Andrea Carnì

La notte tra il 12 e il 13 dicembre del 1995 l’ufficiale della capitaneria di porto di Reggio Calabria Natale De Grazia è in viaggio con due colleghi verso il Nord Italia. Il capitano di corvetta De Grazia ha con sé la sua valigetta nera: all’interno, deleghe di indagine firmate dal sostituto procuratore di Reggio Calabria Franco Neri e dal procuratore Francesco Scuderi, il giorno prima, per indagare sulle cosiddette “navi a perdere“. De Grazia, però, non arriverà mai a destinazione: il viaggio si concluderà presto, all’ospedale di Nocera Inferiore (Sa), sotto la pioggia battente, dove il capitano morirà inaspettatamente, dopo la cena in un ristorante a Campagna.

Da allora molte pagine sono state scritte su questa vicenda: indagini giudiziarie, inchieste giornalistiche, persino una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Dopo venticinque anni di silenzi, depistaggi e inchieste interrotte, rimangono ancora molte le domande senza risposta: cosa accadde quella sera? Quale sarebbe dovuta essere la prima destinazione di quel viaggio? De Grazia è morto di morte naturale, come riferito nelle prime due autopsie della dottoressa Simona Del Vecchio; per cause tossiche, come scritto nel 2012 dal dottor Giovanni Arcudi per conto della Commissione parlamentare; o fu pestato e torturato, come ipotizzato negli ultimi anni?

E ancora: quante erano le deleghe e cosa contenevano? Almeno a questa domanda, grazie alle ricerche che ho avuto modo di condurre negli ultimi mesi, ora possiamo rispondere con certezza.

Natale De Grazia, un uomo con la schiena dritta

Il capitano Natale De Grazia
Il capitano Natale De Grazia

Natale De Grazia è un uomo con la schiena dritta. Nato a Catona (Rc), dopo aver prestato servizio in Libano durante la guerra civile, a Vibo Valentia, Reggio Calabria e Carloforte (Su), ritorna a Reggio Calabria. Mentre presta servizio alla Capitaneria, nei primi mesi del 1995 il sostituto procuratore di Reggio Calabria Franco Neri richiede la sua presenza. Dal marzo 1994, Neri coordina le indagini su traffici di rifiuti e affondamenti di navi con carichi sospetti nel Mediterraneo. “Navi a perdere”, così le ha chiamate un indagato. Un sistema di occultamento di rifiuti pericolosi e radioattivi tramite affondamento doloso delle navi che li trasportano. Serve un uomo di mare, qualcuno che sappia leggere rotte e bolle di carico. Qualcuno che capisca ciò che menti raffinate non lasciano trapelare dalla documentazione marittima.

De Grazia accetta e inizia a collaborare con la procura. In poco tempo le indagini subiscono un’accelerazione. Perquisizioni, interrogatori e documenti provenienti da servizi segreti e da altre procure consentono di mettere a fuoco quello che, secondo l’accusa, è a tutti gli effetti un grosso traffico di materiale nucleare. Non solo scorie ma materiale riutilizzabile. Accelera l’indagine e nascono i primi sospetti, le prime tensioni. I magistrati notano di essere seguiti. Qualcuno sta loro con il fiato sul collo. Secondo alcuni, c’è una talpa all’interno della procura, qualcuno che fa il doppio gioco. Persone vicine al capitano De Grazia raccontano di suoi dubbi su un collega, il maresciallo Domenico Scimone, punto di congiunzione tra il pool e due ufficiali del Sismi (il Servizio per le informazioni e la sicurezza militare, ora Aise, Agenzia informazioni e sicurezza esterna, ndr) che lavoravano nella stanza accanto. Forse anche per questo in pochi sanno di quella missione, l’ultimo viaggio di Natale De Grazia.

Le prime cinque deleghe

È la procura di Paola (Cs) a porre per prima, nel 2005, il problema: quante sono le deleghe? Un quesito motivato dal fatto che, il 26 aprile di quello stesso anno, il Nucleo operativo del comando dei carabinieri di Reggio Calabria invia un totale di cinque deleghe di indagine, sebbene lo stesso comando, pochi giorni dopo la morte, ne segnali sei. Qualche anno più tardi, la Commissione rifiuti liquida la questione segnalando la presenza di sei deleghe – non cinque – e dedicando poche righe a ognuna di esse, senza trarne nulla di rilevante. 

L’11 dicembre del 1995, il sostituto Neri e il procuratore Scuderi sottoscrivono sei deleghe di indagine a cui, per semplificare, affideremo un numero. La n. 1 e la n. 2 sono indirizzate al procuratore di Salerno: nell’aprile del 1994 un container con tracce di torio si spiaggia e viene posto sotto sequestro dalla procura di Salerno. Con queste deleghe Nicolò Moschitta – il maresciallo in viaggio con De Grazia e il carabiniere Rosario Francaviglia – ha il compito di acquisire la documentazione inerente alle indagini in questione. Il torio è un elemento radioattivo prodotto dal decadimento dell’uranio, proprio quel materiale che, in tempi passati, veniva lavorato presso l’Impianto Itrec Enea di Trisaia di Rotondella (Matera) e su cui erano finite le indagini di Neri e di Nicola Maria Pace, procuratore di Matera. 

Alcuni rifiuti presenti sulle navi dei veleni dirette in Libano

Con la n. 3 e la n. 4 si richiede al procuratore di La Spezia di autorizzare Claudio Tassi della polizia giudiziaria – che il 13 dicembre avrebbe dovuto ricevere Natale De Grazia e i suoi colleghi a La Spezia – a svolgere le indagini delegate per conto della procura di Reggio Calabria. La delega n. 4 è particolarmente criptica o, forse, fin troppo esplicita. Si legge di indagini “già concordate” che si sarebbero dovute svolgere anche “fuori sede”, ovvero lontano da La Spezia. Forse l’attenzione si era spostata su Napoli, porto in cui nel dicembre del ‘90 si potrebbero essere incrociate le navi Cte. Rocio – poi affondata – e Rosso – poi spiaggiatasi.

Con la n. 5 Moschitta è incaricato di interrogare Cesare Cranchi, residente a Pianello del Lario, in provincia di Como. Quest’ultima destinazione, spesso dimenticata, avrebbe consentito di interrogare un soggetto che ha intrattenuto rapporti commerciali e societari con il principale indagato, l’ingegnere Giorgio Comerio. I documenti provenienti dal Sismi consentono di notare come l’ottava divisione fu informata in merito agli affari portati avanti da Comerio sul finire degli anni Ottanta, da una fonte confidenziale: Cesare Cranchi?

La sesta delega: quale ruolo per il Capitano?

Non può passare inosservato come in nessuna di queste cinque deleghe compaia il nome di De Grazia. Stando a quanto detto dal compagno di viaggio Scimone, lui e non De Grazia avrebbe dovuto compiere quel viaggio. Il maresciallo Scimone racconta che solo la mattina del 12 dicembre – quindi dopo la compilazione delle deleghe ma prima della partenza – De Grazia gli avrebbe telefonato per dirgli che preferiva andare lui a La Spezia, trattandosi di elementi di indagine in cui servivano conoscenze tecniche nel settore marittimo.

Eppure, nella delega n.6 – quella non presente nel plico inviato dai carabinieri di Reggio Calabria e diretta al presidente della sezione penale del tribunale di La Spezia – si chiede di autorizzare De Grazia e Moschitta a prendere visione ed estrarre copia degli atti del procedimento relativo all’affondamento della nave Rigel, avvenuto il 21 settembre 1987. Un affondamento su cui, ad oggi, non vi sono certezze.

Le deleghe sono redatte l’11 dicembre per cui è possibile affermare che i procuratori di Reggio Calabria avessero espressamente richiesto la presenza di Natale De Grazia a La Spezia. De Grazia avrebbe dovuto compiere e portare a termine quel viaggio. Di questo, oggi, siamo certi grazie al ritrovamento e all’attenta lettura di questa sesta delega. Pertanto, Scimone avrebbe reso informazioni false o, quanto meno, inesatte. 

Il ritrovamento e la lettura della sesta delega ci permettono di affermare che De Grazia avrebbe dovuto compiere e portare a termine quel viaggio

Importanti quesiti, urgenti risposte

Il procuratore Pace ha riferito in Commissione rifiuti di aver sentito De Grazia la mattina del 12 dicembre e che lo stesso gli avrebbe riferito che “con una delega di Neri” si sarebbe dovuto recare “prima a Massa Marittima e poi a La Spezia” e che, al rientro, lo avrebbe aspettato a Reggio Calabria per portarlo sul punto esatto in cui era affondata la Rigel. Ma dov’è la delega che fa riferimento a Massa? Stranisce, inoltre, la sistematica trascuratezza riservata alla testimonianza di Cranchi consolidatasi nel corso degli anni nella narrazione comune, portando a dimenticare quella meta.

Se le deleghe consentono di puntellare lo scenario, di contro mettono alla berlina l’assordante silenzio che ruota attorno a esse. È oramai inderogabile fare luce su ciò che in quelle deleghe non è stato scritto, ciò che era stato “già concordato”. Chiarire ciò che accadde nel maggio del 1995 a casa di Gerardo Viccica e sapere con quali persone del Sios (il Servizio informazioni operative e situazione, un’articolazione dei servizi segreti italiani, ndr) si sarebbe incontrato Natale De Grazia. Su alcune domande ha di recente provato a fare luce anche Nuccio Barillà nell’ultimo rapporto Ecomafia.

È possibile declassificare in toto la documentazione prodotta più di trent’anni orsono dal Sismi, dal Sisde (il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica, oggi Aisi, Agenzia informazioni e sicurezza interna, ndr), dal Comando generale della guardia di finanza, dal Sios e da tutti gli organi che prestarono attenzione all’ingegnere Comerio e alle navi a perdere. È possibile, oltre che necessario, porre fine a quella lunga notte tra il 12 ed il 13 dicembre del 1995. Una delle notti buie della democrazia italiana.

Per approfondire: 

  • Carnì A. (2018), Cose storte. Documenti, fatti e memorie attorno alle “navi a perdere”, Falco editore  

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